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Alone
under the stars
di
Graziano Frediani
“I luoghi comuni sono duri a morire, in special modo se sconfinano nella
leggenda. E la leggenda del Selvaggio West di luoghi comuni ne ha tanti,
uno più suggestivo e romanzesco dell’altro, e spesso così intersecati
fra loro, in un miscuglio inscindibile (e dunque, ancor più suggestivo
e romanzesco) di realtà e fantasia, da risultare, alla fine, non banali
stereotipi, bensì – scusate il parolone – archetipi primordiali, quasi
metafisici. Chi pensa agli uomini della Frontiera, per esempio, usa
spesso per definirli un unico termine: cowboys. Ignorando che invece,
se proprio vogliamo restare nel campo di una sbrigativa catalogazione
basata soprattutto sull’immaginario filmico, letterario e fumettistico,
gli uomini della Frontiera – quelli che hanno fatto sognare intere generazioni
di lettori e spettatori, dovunque nel mondo – vanno registrati non in
una, ma in due categorie diverse: i cowboys e i cavalieri solitari.
I cowboys non erano eroi: non si comportavano da giustizieri tutti d’un
pezzo, né da pistoleri con il colpo sempre in canna. Non assomigliavano
ai protagonisti di tanti film: non erano spavaldi come John Wayne, né
scanzonati come Roy Rogers. Come dice il loro nome, i cowboys erano,
prima di tutto, guardiani di bestiame: gente robusta quasi sempre distrutta
dalla fatica, ingrigita dalla polvere, prosciugata dal sudore. Sempre
a cavallo, con il lazo avvolto in una mano e le briglie tirate nell’altra,
passavano giorni, settimane, talvolta mesi lontani dai ranch, spingendo
migliaia di capi mugghianti, lungo le immense praterie d’America. Si
spostavano sempre, ma da dove venivano? Spesso erano ragazzi – spiantati,
avventurosi, talvolta di buona famiglia e discreta cultura – partiti
dalle tranquille cittadine dell’Est, con il miraggio di fare fortuna
oltre la nuova Frontiera dell’Ovest. E così, come scriveva Ramon F.
Adams in un suo classico libro sui cowboys, “passavano la giovinezza
correndo dietro a manzi testardi, a vacche bizzose, a torelli combattivi,
per marchiarli con ferri roventi, per radunarli a suon di frusta, per
incitarli a colpi di pistola. Risalivano le grandi piane del West, attraversavano
il fiume Colorado, lo Sweetwater, il Fiume Rosso, su su fino al Platte,
alle frenetiche città del Kansas e del Nebraska, per territori desolati,
per altopiani accecanti di sole e di polvere, attraverso immensi deserti
di sale...”. I cowboys erano vagabondi instancabili, è vero, ma cercavano
– e trovavano – sempre un ranch a cui tornare, e di cui magari diventare
proprietari, insieme a una bella moglie e a una nidiata di marmocchi.
I cavalieri solitari, invece, venivano dal nulla, e nel nulla erano
soliti sparire. Nessuna occupazione, nessun ruolo sociale riuscivano
mai a trattenerli a lungo: il loro presente era mutevole, il loro domani
imprevedibile, il loro passato turbolento, spesso tragico, sempre misterioso.
Come i cowboys si spostavano in continuazione, ma da dove venivano?
Chissà... Ammesso che fossero disposti a raccontarlo, c’era una zona
oscura, nella loro anima, in cui nessun rapporto umano, per quanto profondo,
per quanto focoso, per quanto straziante, poteva mai fare luce del tutto.
I cavalieri solitari, più che vagabondare, fuggivano, ora da uno sceriffo
o da un cacciatore di taglie, ora semplicemente – si fa per dire – da
se stessi…”.
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