DELITTI DI CARTA NOSTRA di Luca Crovi, Edizioni PuntoZero

 

Dick Fulmine e gli altri castigamatti
(estratto dal capitolo "Thriller a tutta striscia")

Il primo poliziotto ad apparire in un fumetto italiano fu Renato Gallo ne “La sfida del bandito” di Giove Toppi, ma quell’intrepido eroe non ebbe però in seguito proseguimenti seriali; maggior fortuna avrebbe avuto nel tempo la figura di Giuseppe Petrosino (“Lo Sherlock Holmes Italiano”) che sarebbe stato per alcuni anni protagonista di alcune delle più seguite riviste popolari italiane ed avrebbe avuto l’onore di essere illustrato da autori come Tancredi Scarpelli e il già citato Giove Toppi. Petrosino sarebbe divenuto negli anni Trenta anche un beniamino dei fumetti de “L’Avventuroso” grazie ai disegni di Ferdinando Vichi. Per parlare però di una vera e propria serie poliziesca slegata da influenze letterarie dobbiamo arrivare al 1938, anno in cui Vincenzo Baggioli e Carlo Cossio ideeranno il loro Dick Fulmine (personaggio che continuerà felicemente le sue avventure fino al 1951). Questo colosso, la cui faccia ricalca il volto del pugile Primo Carnera, è un poliziotto italo-americano che opera nella Chicago dell’epoca. Lo troviamo alle prese con terribili bande di gangsters, ma anche con cattivoni solitari come il bandito Maschera Bianca, l’ipnotizzatore Flattavion, il gigantesco Zambo. Personaggi dai quali puntualmente Dick si difende a suon di pugni e sberloni. Dovendosi adattare al meglio alle regole conservatrici e antiesterofile del regime fascista, con il passare degli anni l’eroe perderà per strada il suo nome inglese e manterrà però intatto quello di Fulmine. Nel 1940 a lui si affianca sul mercato il non meno erculeo Furio Almirante (battezzato ai suoi esordi come “Il pugilatore misterioso”) ideato nel 1940 sulle pagine dell’“Audace” da Gianluigi Bonelli, autore che come vedremo nelle sue storie mostrerà un occhio particolare di riguardo per le tematiche gialle di stampo avventuroso. Robusto colosso italiano emigrato negli Stati Uniti verso il 1920 e che “a forza di sacrifici, ha potuto acquistare una fattoria in una regione boscosa del Missouri”, Furio è un vero e proprio castigamatti al quale fa da spalla il non meno forzuto gorilla Serafino e viene disegnato negli anni da Carlo e Vittorio Cossio, Dino Attanasio, Franco Donatelli, Lina Buffolente e Franco Bignotti. L’“uomo dal pugno d’acciaio” viene catapultato nel mezzo dell’avventura dall’arrivo di una lettera dalla città di Milano che gli cambia definitivamente la vita e lo porterà a peregrinare in giro per il mondo. Grazie alle continue ristampe, il personaggio bonelliano proseguirà le sue avventure sino al 1964 e a seconda dei periodi assumerà caratteristiche narrative differenti: per un certo tempo durante la guerra lo vediamo indossare la divisa da soldato e muoversi in contesti bellici e alla fine del conflitto si presenterà persino in una curiosa e fascinosa versione mascherata delle sue imprese. Va rivelato che Furio Almirante non è però il primo eroe poliziesco ideato da Gianluigi Bonelli. Nel 1937, infatti, il futuro papà di Tex Willer aveva ideato il detective John Gable per il romanzo “L’ultimo corsaro”, edito a puntate sull’“Audace” a firma Gino Bonelli (la stessa storia verrà ristampata in volume nel 1940 con protagonista, per evitare problemi di censura, l’italo americano John Mauri e il nuovo titolo di “Le Tigri dell’Atlantico”). L’autore mescola in questo avvincente romanzo elementi classici della detective story con ispirazioni prese dalla pura narrativa d’avventura di Conrad, Salgari, London e Verne.

Bonelli prediligeva infatti un ritmo narrativo serrato, fatto di inseguimenti e pestaggi, più che di indizi e minuziose indagini da detective. “Io ho sempre preferito l’azione alla complessità della trama - dichiarò lui stesso in una lunga intervista - I miei sono personaggi che si muovono in grandi spazi selvaggi e che quindi devono quasi obbligatoriamente essere molto più dinamici di un Hercule Poirot o di un Philo Vance... Più che ai racconti di Van Dine, della Christie e di Wallace, le mie preferenze vanno agli scrittori di gialli d’azione degli anni Quaranta e Cinquanta. Due nomi per tutti: Peter Cheyney e Mickey Spillane (i creatori rispettivamente dei durissimi investigatori privati Slim Callaghan e Mike Hammer)”. Avrete quindi già capito di che pasta potesse essere il John Mauri che apparve ne “Le tigri dell’Atlantico”: un uomo tutto d’un pezzo e dai pugni facili, che non compie raffinate indagini cerebrali ma preferisce prendere di petto tutte le situazioni risolvendole in maniera energica e dinamica. Mauri deve investigare sul ritrovamento di un cadavere di colore azzurro al largo delle acque di Gibilterra, luogo ove da tempo scorrazza un misterioso sommergibile e si trova così, suo malgrado, a combattere una banda di moderni corsari guidata dal pirata Han Wolstein (un individuo che odia violentemente gli inglesi che hanno spinto al suicidio il fratello). Le indagini giallo-letterarie del vulcanico Bonelli proseguono nel successivo “I fratelli del silenzio” (pubblicato a puntate fra il '37 e il '38 e poi raccolto in volume): questa volta John Mauri, dopo essersi sposato, deve affrontare, fra le dune e le montagne dell’Africa Nord Occidentale, una tribù di feroci strangolatori marocchini dediti al culto del dio Molok che richiamano molto da vicino i terribili Thugs descrittici da Salgari nel ciclo di Sandokan. Ma la verve poliziesca di Bonelli in quegli anni non si ferma solo al settore romanzo e prosegue in maniera dinamica anche in campo fumettistico. Nascono così due investigatori come Giorgio Landi e Marco Villa. Il primo (un investigatore italiano, con tanto di pipa e baffi, che predilige per le sue indagini l’estero e che richiama a tratti l’attore Clark Gable) appare in tre storie “Il mistero di Bridgeword” (cineromanzo disegnato da Guido Grilli sul “Vittorioso” del 1939), “I predatori del Tamigi” (del 1940) e “La scomparsa del Sacro Grant” (1941). Giorgio Landi in queste avventure dimostra il suo grande talento investigativo ma anche la sua abilità nei travestimenti e una capacità innata di agire come infiltrato per sventare piani criminali. Nella sua prima storia, “Il mistero di Bridgeword”, per salvare da un vile ricatto il miliardario William Baxter diviene il suo segretario personale in modo da poter incastrare il perfido Clavier. Per far cadere in trappola il ricattatore, il nostro Landi simulerà la scomparsa del miliardario in modo da far agire allo scoperto i criminali. In “I predatori del Tamigi”, Landi si infiltra invece fra le fila di una banda di ladri che opera nella zona del porto di Londra, mentre ne “La scomparsa del Sacro Grant” (disegnata dal grande Walter Molino), durante una sua vacanza presso il marajah di Kapurthala (dove viene coinvolto in esotiche cacce nella giungla di salgariana memoria) deve recuperare un preziosissimo libro “rubato da mani sacrileghe”. Ma veniamo ora a Marco Villa, l’altro detective a fumetti ideato da Gianluigi Bonelli che farà la sua apparizione ne “L’enigma dell’orrido di Medway” (uscito nel 1940 con disegni di Angelo Platania): qui il detective italiano viene incaricato da Scotland Yard di acciuffare una banda di falsari ma deve anche risolvere uno strano delitto avvenuto in una galleria sotterranea nelle vicinanze dell’orrido di Medway. La caratterizzazione grafica di queste storie a tratti si avvicina all’immaginario del Dick Tracy di Chester Gould e alle storie spionistiche dell’Agente X 9 ideato da Alex Raymond e Dashiell Hammett ma Bonelli e Platania aggiungono dal canto loro una personale ricerca narrativa tutta italiana e l'ambientazione londinese dà un sapore di esotismo in più allo sviluppo delle vicende. Purtroppo lo scarso richiamo sul pubblico ottenuto dai due personaggi costringerà Bonelli a investire le sue energie in generi come l’avventuroso e il western, anche se come vedremo più avanti la sua passione per il poliziesco tornerà frequentemente a riemergere. Nel 1945 nasce l’Asso di Picche, intrepido giustiziere mascherato realizzato da Hugo Pratt su testi di Mario Faustinelli per la serie degli “Albi Uragano”. Se non va trascurato che il primo modello preso in esame come spunto per quelle storie è l’Uomo Mascherato di Lee Falk non va dimenticato che Pratt fece tesoro, per caratterizzare al meglio il mondo dell’Asso di Picche, anche dell’esperienza grafica di autori come Will Eisner e Milton Caniff. Sotto il costume mascherato del nostro eroe si nasconde il giornalista Gary Peters che da tempo ha giurato di combattere il crimine e nello specifico la Banda delle Pantere Nere, il Club dei Cinque e persino i nazisti. A Faustinelli e Pratt darà sostegno nel loro lavoro un affiatato team di autori veneziani del quale fanno parte Dino Battaglia, Giorgio Bellavitis e Damiano Damiani. E proprio quest’ultimo, prima di dedicarsi alla carriera di regista cinematografico, darà vita al poliziotto in bombetta Pat La Rocca e al reporter Mike che si muovono negli Stati Uniti degli anni Trenta e devono affrontare, rispettivamente a New York e a New Orleans, spietate bande di gangsters. Sulla scia del successo dell’Asso di Picche nel 1947 nascerà Amok (scritto da Cesare Solini e disegnato da Antonio Canale) ma anche Plutos (1949) le cui storie vengono scritte da Gianluigi Bonelli e vengono disegnate da Leo Cimpellin (che si firma per l’occasione con lo pseudonimo di Alex Lyod). Sotto il cappuccio e il mantello di Plutos (debitore sicuramente nel suo abbigliamento al Batman di Bill Finger e Bob Kane) con uno splendido paio di baffi mefistofelici si nasconde Bill Donovan che, per vendicare la morte del fratello, decide di dedicare la sua vita alla Legge e di affrontare pistole in pugno spie, gangster e sette cinesi (terribili criminali con i quali combatteranno lungamente nei bassifondi di San Francisco anche due altri personaggi bonelliani come il ranger Tex Willer e l’agente Rick Master). Singolari e uniche nel loro genere le colt di Plutos che sparano proiettili carichi di gas soporifero (un po’ come le armi letali utilizzate dal perfido Joker in uno dei suoi celebri confronti con Batman) ed impediscono definitivamente ai cattivi di metter in opera i loro piani criminali. Un classico topos di queste avventure è il risveglio in carcere dei cattivoni di turno, ancora assonnati dal terribile gas del giustiziere mascherato.
Mentre per quello che riguarda i compagni di Plutos vanno sicuramente menzionati l’affascinante Lula Michigan e l’ex pugile Joe che affiancano spesso il nostro giustiziere durante le sue imprese. Qualche tempo prima, nel 1948, sempre Gianluigi Bonelli (sotto lo pseudonimo di B. O’ Nelly) aveva dato vita a “La pattuglia dei senza paura”, una serie che verrà disegnata da Roy D’Amy, Guido Zamperoni e Franco Donatelli e di cui firmerà alcune sceneggiature anche Franco Baglioni. Sono protagonisti di queste storie (che in parte richiamano la struttura della celeberrima “Radio Pattuglia” di Eddie Sullivan e Charles Schmidt) gli agenti di polizia Bob e Alan Grey che intraprendono una lotta senza quartiere contro la malavita, impegnandosi in frequentissime sparatorie e svolgendo le loro indagini nei peggiori bassifondi americani. I due agenti devono vedersela di volta in volta con gangster, dinamitardi, piromani, killer, rapinatori, trafficanti d’alcol, assassini e si muovono sullo sfondo di una New York da tempo protagonista dell’immaginario della letteratura pulp americana. Bob e Alan Grey si muovono all’ombra di giganteschi grattacieli, percorrono strade dove avvengono concitati inseguimenti, controllano banche dove la rapina è all’ordine del giorno, fanno irruzione in bar che divengono luogo di spaccio d’alcolici, visitano studi radiofonici e cinematografici in cui è di scena il crimine. Scenografie ideali per storie a striscia settimanali di sole 36 pagine, destinate a tenere con il fiato sospeso il pubblico... Con il passare degli anni la passione per il poliziesco non si sarebbe certo attenuata nelle storie di Gianluigi Bonelli e il suo eroe più popolare, Tex Willer, avrebbe dovuto vedersela in più di un’occasione con delitti e misteri. In particolare vorremmo ricordare qui una storia come “La voce misteriosa” (apparsa sul numero 45 della serie Tex Gigante e disegnata da Aurelio Galleppini) dove vediamo in azione un vero e proprio antesignano dei serial killer che diverranno in seguito protagonisti della letteratura gialla mondiale. L’assassino in questione decapita con la scimitarra le proprie vittime e compie in maniera rituale e ossessiva i suoi terribili omicidi, indossando la pelle di uno scimmione. Tex scoprirà che il folle nasconde la propria identità sotto i panni, apparentemente innocui, di un ricco possidente da tempo paralizzato su una sedia a rotelle...