CUSTER: UNA LEGGENDA SENZA FINE!
La fine di Custer secondo Emilio Salgari Custer visto da Gianfranco Manfredi
Custer visto da Claudio Nizzi
Custer visto da Sergio Bonelli
     
 

Custer visto da Claudio Nizzi

Perché ha deciso di dedicare uno spazio particolare alla figura di Custer all'interno della saga di Tex?
Credo che chiunque scriva storie western che abbiano un minimo di attinenza con la realtà dell'epoca desideri misurarsi, prima o poi, con la figura del "generale" Custer. È stato fatto da Gino D'Antonio nella Storia del West (in quella sede, era d'obbligo) e da Berardi e Milazzo in Ken Parker. Ma anche molti altri, da Albertarelli a Serpieri, lo hanno fatto. Per "Il Giornalino", nel 1970, io avevo creato una serie umoristica (disegnata da Lino Landolfi) che si chiamava "Il colonnello Caster Bum" (il vero Custer non c'entrava niente se non per l'eco del nome). Insomma, Custer è un personaggio che affascina gli autori di fumetti ed è facile capire perché. Nella serie di Tex erano già apparse figure realmente esistite, come Buffalo Bill e il giudice Bean.
Custer non era mai apparso e tuttavia la sua presenza già incombeva in altre storie. Non v'è dubbio, per esempio, che nella mia storia in due parti ambientata sulle "Colline del Vento" (e uscita sugli albi 358-362, disegnati da Ticci, e sui numeri 480-481, disegnati da Monti), si adombrasse l'esperienza fatta da Custer sulle Black Hills, le Colline Nere. Nonostante questo, il desiderio di far apparire Custer di persona restava forte. Mettere a confronto una leggenda come lui con un personaggio altrettanto carismatico come Tex era un'occasione davvero appetitosa. Ciò che, per anni, mi ha trattenuto era che non ricordavo se Tex avesse o non avesse già avuto a che fare con Custer. Tutti sapevamo che qualche rapporto lo aveva avuto, ma nessuno (Sergio Bonelli compreso) ricordava di cosa si trattasse e in quale albo si parlasse di questo. Finché il professor Aurelio Sangiorgio di Rovigo, uno di quelli che su Tex sanno davvero tutto, venne in mio soccorso e mi segnalò che, a pagina 139 del Tex n. 15, avrei trovato l'informazione che cercavo. Vado a vedere e, infatti, nella seconda vignetta della pagina, Tex pronuncia questa frase: "Ho servito come guida con Carson sotto il comando di Custer". Eureka! Era quello che mi serviva. Dal solido piedistallo di quella frase potevo dunque partire.
Le memorie di Custer sono sicuramente un affascinante romanzo di Frontiera. Le ha lette per prepararsi alla sua storia di Tex?
Lei si riferisce a "La mia vita nelle pianure", il libro autobiografico di Custer che in Italia è stato pubblicato dall'editore Mursia e in seguito ristampato da Mondadori. Quest'opera, in realtà, è la raccolta di una serie di articoli che Custer scriveva durante le sue campagne contro gli indiani per la rivista "Galaxy". Una lettura interessante e istruttiva perché, con il suo sapore di cronaca "in diretta", consente di vedere certi problemi che per noi sono ormai storicizzati nell'ottica del tempo. Per esempio, il modo in cui Custer dipingeva gli indiani, ovvero come selvaggi da punire, e i bianchi come vittime da difendere. Così la si pensava a quel tempo e per molto altro tempo ancora.
                                                                             

Ha scelto di raccontare il Custer storico o la sua mitologia?
Un po' l'uno e un po' l'altra, come si fa quando, nella fiction, viene utilizzato un personaggio storico. Nella mia trama c'è un impianto di base che rispetta i dati oggettivi dell'epoca e le caratteristiche psicologiche del personaggio, così come ho potuto configurarmelo dalla lettura delle biografie scritte su di lui. Su questa piattaforma di sufficiente fedeltà storica ho naturalmente costruito una serie di episodi di pura fantasia, ma sempre in un'ottica di verosimiglianza. Gli episodi storici che riguardano Custer sono l'esplorazione delle Black Hills nel 1874 (trattato da Manfredi in recenti episodi di Magico Vento) e la sua fine a Little BigHorn due anni dopo.

Come ha descritto il rapporto fra Tex e Custer?
Era l'aspetto più suggestivo della faccenda perché, come ho già detto, sono entrambi due personaggi assolutamente maiuscoli. Cosa sarebbe successo mettendoli insieme? Tex avrebbe maltrattato Custer come fa sempre coi militari guerrafondai? Si sarebbero odiati o stimati? Si sarebbero odiati o combattuti? Non starò a dire com'è andata, i lettori lo scopriranno dalla lettura dei tre albi in cui si compone la storia… Quello che posso dire è che Tex ha affrontato il suo rapporto con Custer senza alcuna sudditanza psicologica, così come è logico che faccia un tipo come Tex, che dall'alto del suo carisma non può avere sudditanze verso nessuno. Ma non ha neppure trattato Custer come un manichino da disprezzare, né ha commesso l'errore di giudicarlo con quel tipo di moralità che è solo della nostra epoca (a partire da "Soldato blu"), frutto del "senno di poi".

                         

Ci sono dei libri o dei siti internet specifici che l'hanno aiutata particolarmente nella sua documentazione sull'argomento?
Ho letto diverse biografie di Custer (oggi ce ne sono disponibili davvero tante, anche in Italia), ma i due libri che ho trovato più utili, per chiarezza di esposizione e per il loro sostanziale equilibrio nel giudicare la figura di Custer, sono "Il Figlio della Stella del Mattino", la biografia di Custer scritta da Gualtiero Stefanon per l'editore Mursia, e "Uomini bianchi contro uomini rossi", storie delle guerre indiane, stesso autore e stesso editore.

Come si è posto rispetto alla tradizione bonelliana a fumetti precedentemente dedicata a Custer (da Berardi a D'Antonio, passando per Albertarelli)?
Diversa è la cifra stilistica degli autori citati. Albertarelli fa pura e semplice divulgazione storica, perciò il risultato non è molto diverso da quello di una biografia. Gli altri due fanno fiction e rivelano, nel modo di trattare l'argomento, il diverso "background" e la diversa impostazione delle rispettive saghe. Berardi sposa le tematiche "vietnamite" del western anni Settanta (da qui la precisa volontà di far vedere Custer che, alla fine del gioco, si pianta una palla nella zucca), mentre D'Antonio, vista la diversa impostazione della sua serie, è più cauto e meno radicale nel giudizio (dopotutto, che Custer possa essersi suicidato è tuttora un'ipotesi e non una certezza).

Ci sono dei film che ha rivisto volentieri sull'argomento?
Quello di Raoul Walsh, "La storia del generale Custer", con Errol Flynn nella parte del protagonista, spettacolo godibilissimo che però se ne frega allegramente della verità storica e ci dà una versione agiografica di Custer (il film è del 1942, dunque i tempi di "Soldato blu" sono ancora lontani). L'altro è "Piccolo grande uomo", bellissimo sul piano formale (la battaglia del fiume Washita e il massacro finale), ma irritante nel presentarci Custer come un autentico vanesio.

Perché, secondo lei, la sua figura è rimasta così impressa nell'immaginario popolare?
Perché Custer era un personaggio da romanzo già da vivo e lo è diventato ancor di più dopo la sua "ultima eroica resistenza" e la sua morte "gloriosa". Giovane e già famosissimo: si era mai visto un generale poco più che ventenne? Celebre per le sue travolgenti cariche di cavalleria durante la guerra civile. Biondo e bello come un dio, innamoratissimo della sua giovane moglie. Cacciatore di indiani, buon pubblicitario di se stesso con gli articoli su "Galaxy". Aspirante alla carica di presidente degli Stati Uniti. Oggi sugli altari e domani nella polvere. E poi c'è il fascinoso mistero della sua morte. Un argomento su cui non si è ancora smesso di interrogarsi e di scrivere libri. Cos'è successo, veramente, sulla fatal collina? Custer si è comportato da eroe o da vigliacco? È morto combattendo o si è suicidato? Perché si è tagliato la lunga capigliatura bionda? Una precauzione o un presentimento? Tutti interrogativi su cui gli storici continuano ad accapigliarsi. E la polemica tra i suoi sostenitori a oltranza (tuttora in prevalenza negli Stati Uniti) e i suoi detrattori - a centoventicinque anni dalla sua morte - rimane attualissima. Quale altro personaggio può aspirare a tanto?

Ha dato qualche consiglio particolare a Ticci per illustrare la storia?
Non ce n'è stato bisogno. Tutta la carriera di Ticci dimostra che era lui la "matita" ideale per questa vicenda. È il sommo disegnatore di cavalli e di soldati, possibilmente di soldati in battaglia. A Ticci ho soltanto fornito un "Album Custer" pieno di fotografie del protagonista (che, tra le altre cose, era un gran vanitoso), ma non mi stupirei se - dopo essersene servito per tratteggiare il "suo" Custer - lo avesse messo da parte. Perché Ticci è uno di quei rari disegnatori che, per illustrare una battaglia, hanno bisogno unicamente del foglio e della matita. Tutto il resto è nella loro testa.

Qual è stato il suo approccio nel cercare di ricostruire la battaglia di Little BigHorn?
La descrizione della battaglia l'ho ovviamente ricavata dai libri di storia. Il mio vero problema è stato un altro: fare in modo che, quel fatidico giorno, ci fosse anche Tex sulla collina del massacro. Tutta la storia era nata su questa premessa. Un'avventura in cui si tirava in ballo Custer e che non prevedesse la presenza di Tex nel momento della resa dei conti, mi sembrava un'occasione narrativamente sprecata. L'importante era che la cosa suonasse credibile. Intendo "narrativamente" credibile. E così…