FIRMATO CANIFF

Nelle vene dell'America, di Graziano Frediani



  Nelle vene dell'America
di Graziano Frediani

Prima che uno dei più grandi narratori a fumetti - non stiamo esagerando - mai apparsi sulla faccia della Terra, Milton Arthur Paul Caniff è stato uno dei più grandi narratori (non soltanto a fumetti) mai apparsi sulla faccia dell'America. E chiunque voglia cogliere fino in fondo lo spirito che guidava l'autore delle immagini raccolte in questo prezioso libro-catalogo deve partire proprio da qui, dalla sua profonda, orgogliosa, indomabile "americanità".
Convinto che anche un cartoonist avesse il dovere di ricordare ai suoi connazionali "che cosa fossero e che cosa dovessero essere", Caniff fu, per tutta la vita, un patriota in servizio permanente effettivo, seppure armato unicamente di carta, china e pennelli. Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre la bandiera dello Zio Sam sventolava sui fronti dell'Europa e del Pacifico, "il Rembrandt delle nuvole parlanti", come sarebbe stato soprannominato, si era preso l'impegno di realizzare, a titolo assolutamente gratuito, manuali d'addestramento per le reclute, manifesti propagandistici, campagne per l'acquisto dei buoni di stato, guide di sopravvivenza (ora destinate ai civili vittime di bombardamenti aerei, ora progettate per aiutare i soldati a conoscere meglio i paesi stranieri in cui stavano rischiando la pelle), oltre a una deliziosa striscia autoconclusiva, "Male Call", scritta e disegnata esclusivamente per i giornali delle Forze Armate. "Molti americani", disse una volta lo stesso Caniff, "sono stati educati attraverso i fumetti. Durante la guerra, nei più sperduti angoli del globo, leggere una pagina a fumetti era come tornare a casa per uno o due minuti e rappresentava un'evasione convincente dalle brutte cose che stavano accadendo. Lo scopo basilare di questa particolare tipo di pubblicazioni era di offrire agli uomini richiamati sotto le armi personaggi divertenti creati appositamente per loro...". E non c'è dubbio che una bella e prorompente ragazzona qual era la protagonista di "Male Call", Miss Lace, ne aveva davvero tanti, di sorrisi (e di batticuori), da regalare ai mille soldati Ryan coinvolti nel conflitto!
Caniff era, dunque, un narratore di storie guidato da precisi, inossidabili ideali etico-sociali, del tutto simili a quelli tradizionalmente cari a tanti altri suoi celebri connazionali: uno di costoro, l'attore James Stewart, invitato a celebrare, nel 1987, la cinquantennale carriera dell'amico cartoonist, non esitò a confessare, per esempio, di sentirsi "spesso commosso da quello che Milton ha da dire quando tocca il tema del patriottismo. Il suo modo di vedere l'America al suo meglio ci offre un modello da mostrare alle nostre future generazioni".
Pensare a Caniff come a un sincero, instancabile paladino dell'American Way of Life, dunque, non è sbagliato: "Per un lungo periodo di tempo, durante la guerra", ha raccontato una volta lo storico del fumetto Richard Marschall, "a chi andava a trovare Milton Caniff nel suo studio, sistemato come un nido d'aquila su una montagna vicino a Haverstraw, non veniva chiesto di firmare il registro degli ospiti, gli veniva imposto di firmarlo! A causa del lavoro che svolgeva per l'Esercito e la Marina, Caniff usava spesso materiali segreti. Questo lo poneva nella stessa categoria, per i servizi di sicurezza, delle fabbriche di bombe. Chiunque entrasse in casa Caniff, dunque, incluso il carbonaio, doveva qualificarsi. A intervalli, agenti dei servizi di sicurezza passavano a controllare la lista dei visitatori...". Eppure, anziché rivelarsi un limite, o comunque una sorta di tic deformante, la sbandierata, evidentissima "americanità" di Caniff è forse il suo pregio maggiore, la più disarmante attestazione della sua autenticità. Perché proprio da questo humus, fatto di orgoglio e di passione, di tensione e di tenacia, sono nati personaggi che non sono mai figure di cartone, creature irreali, gonfie di retorica, "più grandi della vita".
Sul palcoscenico quotidiano di "Terry e i Pirati" e di "Steve Canyon", dovunque si svolgesse la trama, dai Mari della Cina alle giungle di Corea, Terry, Steve e tutti i loro comprimari (soprattutto, le donne: Dragon Lady, Burma, April Kane...) manifestavano, giorno dopo giorno, gli stessi, umanissimi sentimenti dei loro comuni, affezionati lettori: si innamoravano, si indignavano, si commuovevano, si divertivano, si perdevano, si ritrovavano. Giocando, anatomicamente e psicologicamente, sui più diversi piani espressivi (gli sguardi, i gesti, le torsioni dei corpi, ma anche le battute ironiche, i silenzi, le allusioni), scandendo ogni singola vignetta come se fosse il fotogramma di un film (ora una commedia, ora un dramma, ora un kolossal d'avventura pura), esplorando, con la tecnica del chiaroscuro, di cui era un manipolatore impareggiabile, tutte le infinite possibilità d'incastro dei bianchi e dei neri, Milton Caniff ha saputo toccare il cuore dei suoi lettori. Li ha fatti palpitare, li ha fatti evadere, li ha fatti riflettere, li ha affettuosamente fotografati, nei loro ideali e nelle loro contraddizioni. E forse non è esagerato affermare che soltanto Caniff, "il patriota da tavolo da disegno", come l'ha definito qualcuno, è riuscito a scrivere - a colpi di matita, sulle pagine delle centinaia di giornali popolari che ospitavano le sue strisce - quel Grande Romanzo Americano che tanti altri narratori, ben più pretenziosi, salottieri, sofisticati di lui, hanno sognato invano di sfornare, in trenta, quaranta, cinquant'anni di onorata carriera. Per dirla in breve, il papà di "Steve Canyon" e di "Terry e i Pirati" ha saputo entrare nelle vene dell'America (e dunque, del mondo intero) meglio di Norman Mailer, Thomas Pynchon, Philip Roth, Truman Capote, Tom Wolfe e compagnia bella... Meriterebbe, quanto meno, un Premio Pulitzer alla memoria, non vi pare?